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Passeggiate e saluti al tramonto

Questa volta non so nemmeno come intitolare questo mio scritto... non saprei nemmeno, in realtà, descriverlo: è un Articolo, un Blog... forse, più semplicemente, due pensieri espressi in libertà riguardando vecchie foto e richiamando alla mente dei bei ricordi.
Spesso, quando tento di scrivere qualcosa, coscientemente o meno, tento anche di lasciare un qualche messaggio: che sia un'informazione oppure un'opinione, dei concetti...

Questa volta sono solo chiacchiere, chiacchiere e passeggiate e saluti al tramonto.

Ero appena arrivato in Giappone e, come puoi ben immaginare, la voglia di visitare e vedere e scoprire ogni angolo possibile di questo Paese era inarrestabile.

Tuttavia mi trovavo qui grazie ad un Permesso di Soggiorno (amichevolmente chiamato Visto) di tipo Studentesco e questo mi legava indissolubilmente alla Scuola di Lingua Giapponese per Stranieri a cui ero iscritto, in quel di Osaka.

La scuola in questione, ma, in realtà, credo sia una prassi comune un po' per tutte, richiedeva la frequenza obbligatoria (almeno 80% di presenza alle lezioni per trimestre) e, a dire il vero, assentarsi non era decisamente un bene per lo studio: visto il programma serrato, una sola lezione saltata voleva dire un numero elevato di termini e regole davvero importante.

In parole povere, quindi, dal Lunedì al Venerdì non c'era per me modo di spostarmi, tenendo poi conto del fatto che, se la scuola mi occupava mezza giornata, il resto finiva per esser dedicato ai compiti, ristudiare le lezioni, lavoretto part-time... insomma, mi rimaneva giusto la sera per potermi distrarre (e testare sul campo) al mio pub preferito.

Per cui, baito (come qui vien chiamato in gergo il lavoro part-time) permettendo, dedicai i weekend ai viaggetti: a volte letteralmente dietro casa (ho esplorato il quartiere dove alloggiavo davvero centimetro per centimetro!), altre volte un po' più lontano.

 

Uno dei luoghi più distanti che riuscii a visitare fu Wakayama.

La Prefettura (pensiamo alle Prefetture come alle nostre italiche Province, per comodità) di Wakayama si trova proprio confinante con quella di Osaka ed è facilmente raggiungibile, anche se, concentrandosi sul fattore economico del viaggetto, ci si mette un po'.

Non avevo letto nulla a riguardo (ero già arrivato a quel punto di delusione per le due Guide Turistiche, famosissime quanto decisamente costose, che avevo comprato in Italia e che si erano rivelate così discordanti da ciò che vedevo attorno a me da averle abbandonate a prender polvere in fondo all'armadio), ma avevo conosciuto un signore nativo di quelle parti che me ne aveva parlato bene: un luogo di natura, storia e religione.

Insomma: un posto interessante, in potenza.

 

Dopo un bel viaggio in treno, uno di quelli che piace a me, dove la velocità del mezzo non è così elevata da non permettermi di godere del paesaggio fuori dai finestrini, in una bella giornata di sole, arrivai nella città da cui la Prefettura prende il nome.

Dalla stazione iniziai prima a passeggiare, ad osservare, ad avvicinarmi per curiosare tra negozi ed attività e, finalmente, giunsi al Castello.

All'ingresso c'erano degli uomini di mezza età che vestivano armature da Samurai in assetto da guerra ad attirare i visitatori, mentre nel cortile interno dei ragazzi vestiti da Ninja e Kunoichi (come venivan chiamate le Ninja donna: il nome deriva dal Kanji con cui si scrive donna e che è formato, effettivamente, da una serie di tratti che richiamano i caratteri Hiragana del Ku, il Katakana del No e il Kanji dell'Ichi) che distribuivano volantini vari e che, molto gentili, mi diedero tante informazioni (e io ne capii parzialmente meno della metà).

La visita al Castello mi piacque molto, soprattutto per la vista, sopraelevata, che da lì si poteva godere sulla città.

Dopo il Castello mi mossi letteralmente a caso, vagamente ricordando cosa mi avesse attirato mentre osservavo dall'alto, e mi ritrovai a passeggiare tra Templi e ripide salite.

Incrociai dei pellegrini: uomini e donne, giovani, anziani e bambini... una sfilata di ogni età e sesso ma tutti che portavano la divisa candida del pellegrino Buddhista, accompagnandosi col bastone e un sottofondo musicale di campanellini.

Fu davvero emozionante vederli scendere da una ripida scalinata.

Si fermarono ad una fontanella e parlammo un po'.

Mi consigliarono di visitare un Tempio che da dove mi trovavo potevo vedere, e sembrava anche molto interessante, sia per la struttura architettonica che per i decori, ma non mi riuscì di capire come raggiungerlo, tutto abbarbicato tra vegetazione soprannaturalmente fitta e alture che la pigrizia mi dicevan esser troppo faticose da risalire (specie se le avessi dovute salire, scendere e risalire più volte, nel caso più che probabile dell'imboccare una strada sbagliata).

 

Ricordo anche che attraversai un grande e lungo ponte, sembrava non finire mai, ma la vista era davvero molto bella: da un lato il mare che sembrava immenso e dall'altro delle scogliere ricoperte di vegetazione.

Hai presente a quel genere di formazioni rocciose che vengono in mente immediatamente quando si pensa a dipinti giapponesi?

Ripide, con delle forme così particolari, i contorti definiti solo in alcuni punti mentre in altri sfocano come fossero eterei?

Ecco: quel genere... solo che si fondevano magicamente col mare.

 

Un ponte, una strada... nulla di eccezionale, probabilmente, e credo che molta dell'emozione che ancor oggi, a distanza di vari anni, ben ricordo fosse legata più al magico senso di scoperta che si ha visitando un posto sconosciuto che a qualcosa di realmente incredibile.

Fu davvero una bellissima giornata, nonostante, a chi me lo chiedesse oggi, magari per pianificare un viaggio, non saprei dire un posto che fosse uno tra quelli che visitai (tranne il Castello, più divertente che realmente "bello", per come potremmo intendere tale parola)... semplicemente vagai, osservai.

E, soprattutto, chiacchierai.

In realtà non potrei definire realmente "chiacchiere" quelle che scambiai un po' con chiunque mi capitasse a portata: il mio dizionario era estremamente povero, la mia grammatica striminzita e, in generale, in quei giorni, il massimo che potevo affrontare come conversazione era una presentazione minima e giusto due domande sul tempo atmosferico.

Ma salutai tutti quelli che mi sembravano affabili e chiesi a tutti informazioni su dove mi trovavo (senza spesso poi capire realmente cosa mi rispondevano) e tutti mi volevano indicare qualcosa, consigliare qualcosa o addirittura portarmici.

Ancor oggi scambio cordiali messaggi di auguri durante le feste con alcune di queste persone (che non ho mai più visto).

 

Lentamente, tutto iniziò a colorarsi di un blu più... non saprei definirlo, forse elettrico?

Sembrava più di stare dentro ad un club o discoteca, come colore, che per strada verso il tramonto: in genere, in quel periodo della giornata, ti aspetti il rosso o comunque colori simili... invece quel giorno, magicamente, tutto divenne blu, come se mi fossi addentrato sempre più in profondità nei misteri marini.

E camminavo, ora anche abbastanza stanco, su un lungo mare: in spiaggia alcuni bambini qui giocavano sotto lo sguardo vigile dei genitori mentre laggiù, estremamente lontano, come che ognuno volesse ritagliarsi una fetta di solitudine beata per sé e, allo stesso tempo, la volesse preservare per gli altri, un signore che pescava.

Poi, seduti su uno stuoino, una coppia.

Infine un cane che inseguiva qualcosa che il suo amico umano gli lanciava, per gioco.

Da un lato la spiaggia e il mare, dall'altro dei palazzi, una zona residenziale.

Avevo smesso già da tempo di tentare di chiacchierare con chiunque, sia perché la gente iniziava ad essere estremamente lontana, come dicevo, e sia perché iniziavo ad esser davvero stanco.

Felice, soddisfatto, ricco di nuove emozioni e ricordi, ma anche con le gambe decisamente stanche.

 

Ogni volta sembro, probabilmente, stupido quando qualcuno, nelle mie dirette streaming, mi chiede "ma come si dice ciao in giapponese?"

Perché un vero e proprio "ciao" non c'è.

Ci son modi per salutare nel momento in cui ci si incontra e modi per salutare quando ci si separa, modi diversi a seconda del grado di confidenza, del "rango" tra i due interlocutori, del momento della giornata ecc ecc

E, tra tutti questi, c'è il sempre familiare, internazionale "hello".

Non è molto usato tra i giapponesi, ma neanche di certo vietato.

Di sicuro è molto comune quando si vuol salutare uno straniero, specie se non sai se parla o meno giapponese.

E io passeggiavo per questo lungomare, che poi è quello della foto (ero, sono e, credo, rimarrò un pessimo fotografo: scatto ancora solo perché amo poter riguardare questi obbrobri per i ricordi che mi permettono di rievocare), verso la stazione... e sento una volta, in quest'aria tutta blu sempre più profondo, riecheggiare un leggero "hello" in lontananza.

Una voce femminile.

Per un nessun ovvio motivo cercai da dove provenisse la voce e, intorno al terzo "hello", finalmente inquadrai una giovane madre, su un balcone, in uno di quei condomini che si affacciavano su questo lungomare, che, tenendo in braccio un bambino molto piccolo, mi salutava, sia con la voce che con un ampio gesto del braccio.

Una signora che non conoscevo.

Non poteva che salutare me, visto che c'ero solo io in zona, e, quindi, non sapendo bene cosa fare, decisi di esser cortese, anche se non capivo bene cosa stesse accadendo, e salutai anche io muovendo il braccio.

La donna rise (credo) e rispose ancora una volta col saluto col braccio e così mi incamminai ancora per la mia strada.

E nel blu dipinto di blu, un ultimo "have good trip" (detto abbastanza male ma comunque comprensibile, specie per me che, già di mio, tanto, lo avrei detto probabilmente anche peggio).

 

E arrivai in stazione.

Il mio treno economico mi dava il tempo di una cenetta per cui entrai in un piccolo e chiassoso Izakaya (un mix tra un ristorante, una rosticceria e un pub, squisitamente tradizionale giapponese) gestito da un gruppetto di arzille vecchiette e frequentato da altrettanto anziani avventori (probabilmente tutti tra l'alticcio e il gioiosamente ubriaco): e chiacchiere a non finire, mangiando cose che non capivo cosa fossero ma che mi venivano offerte a rotazione da avventori e gentili vecchiette intente a cucinare e bevendo... e senza aver potuto spendere neppure uno yen, perché quando provavo anche solo a mostrare l'intenzione di voler offrire quantomeno anche io un giro si levava un coro di proteste che culminava con un altro giro di cibo e bevande.

Per fortuna riuscii a staccarmi, seppur con difficoltà, dall'Izakaya per riprendere la stazione...

 

...davanti alla quale un ragazzo suonava la chitarra e cantava.

Cantava Knockin on Heaven's door di Bob Dylan, arrangiata vagamente alla maniera della cover dei Guns n' Roses, e mi fermai per ascoltarlo perché era bravo, perché avevo ancora due minuti e perché è una canzone che mi piace sempre riascoltare.

E, ovviamente, finita la canzone, visto che eravamo rimasti in tre ad ascoltarlo, un po' di chiacchiere solo perché, dopo aver applaudito, avevo detto "jōzu desu ne" ("sei bravo") e quindi un coro di "ooooh ma parli giapponese" e giù di chiacchiere a non finire.

Tanto a non finire che il treno che volevo prendere se ne andò senza che io nemmeno avessi tentato di salirci e riuscii a tornare a Osaka solo con l'ultimo treno, nuovi contatti su Line (il whatsapp che si usa in Giappone) e... ovviamente, tante, tante chiacchiere.

Un racconto di un'esperienza personale, giusto il buttar giù su carta "digitale" le emozioni dei ricordi.

I primi giorni, i primi viaggi, le prime passeggiate in un mondo che, alla fine, mi ha conquistato.

Un mondo perfetto?

No.

La Perfezione non esiste, non può esistere.

Solo un mondo in cui mi trovo bene a vivere e in cui voglio vivere bene.